Facciamo luce sulla responsabilità civile e penale di un dentista durante la fase 2

Facciamo luce sulla responsabilità civile e penale di un dentista durante la fase 2

Un tema attuale e molto discusso è quello che attiene alla responsabilità civile e penale di un dentista durante la fase 2.

La domanda che tutti si pongono è se un dentista possa essere ritenuto civilmente e penalmente responsabile nel caso un suo dipendente si ammalasse di Covid 19.

Non volendo dare nessun consiglio legale, vogliamo però far chiarezza sulle ultime disposizioni Inail. 

Il team di Doctoba ha intervistato l’Avvocato Deborah Licia Musto di Roma.

Ecco il risultato dell’intervista.

Avv. Musto, qual è l’ultima circolare alla quale bisogna far riferimento?

L’ultima circolare emanata dall’Inail, alla quale un dentista deve far riferimento in materia di responsabilità civile e penale durante la fase 2 rispetto ai propri dipendenti, è la n. 22 del 20 maggio 2020.

Questa circolare fornisce importanti chiarimenti sul tema delle responsabilità legali delle aziende per i casi di contagio da Covid-19. Chiarimenti che si aggiungono alle istruzioni operative già indicate nella circolare n.13 del 3 aprile 2020.

Il contagio sul lavoro è da considerarsi come infortunio sul lavoro?

Sì. L’Istituto nazionale riconduce le infezioni da Coronavirus sul luogo di lavoro nell’alveo della macrocategoria degli “infortuni sul lavoro”, precisando che “come accade per tutte le infezioni da agenti biologici se contratte in occasione di lavoro, è tutelata dall’Inail quale infortunio sul lavoro”.

Di conseguenza, chi dovesse risultare effettivamente infetto potrà beneficiare dell’indennità per inabilità temporanea assoluta con relativa astensione dal lavoro.

Sul punto è importante, inoltre, sottolineare come i costi degli infortuni, così come del contagio, saranno a carico “della gestione assicurativa nel suo complesso e non comportano maggiori onere per le imprese”.

Il riconoscimento di infortunio sul lavoro apre ad una responsabilità civile/penale del dentista (datore di lavoro)?

I presupposti per l’erogazione dell’indennizzo Inail per gli infortuni sul lavoro e quelli per il riconoscimento della responsabilità del datore di lavoro che non abbia rispettato le norme a tutela della salute e sicurezza seguono due strade assolutamente parallele.

La circolare recita sul punto:

Il riconoscimento dell’origine professionale del contagio è infatti totalmente avulso da ogni valutazione in ordine alla imputabilità di eventuali comportamenti omissivi in capo al datore di lavoro che possano essere stati causa del contagio”.

Questo significa che, anche in ipotesi di contagio avvenuto sul luogo di lavoro, non potrà darsi per scontato l’accertamento della responsabilità penale e civile in capo al dentista. Tale responsabilità, infatti, deve necessariamente essere accertata con criteri totalmente diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative.

Quando un dentista può essere considerato civilmente e/o penalmente responsabile?

La responsabilità civile e/o penale deve essere rigorosamente accertata attraverso la prova del dolo o della colpa del datore di lavoro. Difatti, come ha recentemente ribadito la Corte di Cassazione (Cass. ord. n. 3282/2020), non è possibile ipotizzare un ambiente di lavoro a “rischio zero”. L’ipotesi di contagio sul luogo di lavoro non determina automaticamente l’inadeguatezza delle misure di protezione adottate, in quanto quest’ultima deve essere accertata caso per caso. Da ciò discende un inasprimento dell’onere probatorio a carico del “contagiato”.

Sul punto l’Inail puntualizza che la responsabilità del datore è “ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali”.

Quanto considera probabile una pena in sede civile e penale per un dentista accusato da un suo dipendente?

Come detto precedentemente, l’Inail, seguendo gli insegnamenti giurisprudenziali, esclude recisamente la possibilità di un rischio zero sul luogo di lavoro.

Nello specifico caso di contagio da Coronavirus, poi, la situazione si complica a causa della molteplicità delle modalità del contagio e della mutevolezza delle prescrizioni da adottare sui luoghi di lavoro. Tali aspetti, infatti, sono oggetto di continuo aggiornamento da parte delle autorità, in relazione all’andamento epidemiologico, e rendono estremamente difficile la configurabilità della responsabilità civile e penale in capo ai datori di lavoro.

La stessa Corte di Cassazione, con la sentenza n. 50000/2018, ha affermato che la disposizione di cui all’art. 2087 c.c., ponendo in capo al datore un obbligo generico di disposizione di tutte le misure necessarie per prevenire eventuali rischi, non impone allo stesso di creare un ambiente lavorativo a rischio zero, disponendo anche misure atte a prevenire gli eventi rischiosi impensabili, posto che tale circostanza implicherebbe, incostituzionalmente, la condanna a titolo di responsabilità oggettiva.

Secondo i Giudici di legittimità, la predetta norma obbliga, invece, il datore a predisporre tutte quelle misure che, nel caso concreto e rispetto alla specifica lavorazione, risultino idonee a prevenire i rischi tecnici dell’attività posta in essere.

Per la sentenza, il datore è, dunque, titolare di una posizione di garanzia e, pertanto, ha l’obbligo, non solo di disporre le misure antinfortunistiche, ma anche di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, perché garante dell’incolumità fisica di questi ultimi.

Il rapporto di causalità tra l’omissione del datore di lavoro ed il contagio di un suo dipendente non può prefigurare il reato colposo omissivo sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica.
In un ipotetico giudizio, dunque, il lavoratore avrà l’onere di dimostrare non solo la condotta omissiva ma altresì l’assenza di decorsi causali alternativi, essendo necessario provare con elevato grado di credibilità razionale che il contagio non si sarebbe verificato se non se non ci fosse stata l’omissione.

Difatti nel nostro ordinamento anche la sola incertezza sul nesso causale tra condotta ed evento, e cioè il ragionevole dubbio, comporta l’esito assolutorio del giudizio.

Può concludersi, dunque, richiamando quanto scritto nella stessa circolare Inail, che è “molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro” in assenza di una comprovata “violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali”.

Grazie Avvocato

Speriamo che questo articolo sia utile nel valutare la responsabilità civile e penale di un dentista durante la fase 2.
Dobbiamo sottolineare come Doctoba non si assume alcuna responsabilità e non fornisce consulenze legali.

Per chi ne avesse bisogno, l’Avv. Deborah Licia Musto si è resa disponibile a offrire una prima consulenza telefonica gratuita per chiunque avesse qualche dubbio o volesse fare ulteriori domande. Sarà sufficiente contattare l’avvocato all’indirizzo e-mail sottoindicato, segnalando che il contatto è stato preso dal blog Doctoba.

Avv. Deborah Licia Musto
Via Cornelio Magni, 30 – 00147 – Roma (RM)
deborah.l.musto@gmail.com

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